Gdpr: perché la Cnil ha multato Google

La Commission nationale de l’informatique et des libertés (Cnil), ovvero l’autorità nazionale francese per la protezione dei dati, ha multato Google per ben 50 milioni di euro a causa della poca trasparenza nelle sue informative ai clienti.

In particolare, si fa riferimento alle informazioni che Google fornisce, o dovrebbe fornire, agli utenti nell’ambito della pubblicità. Le informazioni non sono complete ed il consenso, punto centrale per il Regolamento Europeo 2016/679, non è spiegato in maniera sufficientemente trasparente come evidenziato nella relazione finale.

La vicenda è partita dal reclamo collettivo di ben 10.000 persone, riunite da un’associazione ed un’organizzazione non governativa, all’Autorità francese e nei confronti di Google per non avere una valida base giuridica per elaborare i dati personali degli utenti dei suoi servizi, in particolare ai fini della personalizzazione della pubblicità.  

Per farla breve, l’accusa è stata quella di violazione degli obblighi di trasparenza e di informazione in quanto data la difficoltà degli utenti di reperirle e comprenderne davvero a fondo il senso.

Al di là della fattispecie giudiziaria, mi soffermo sulla portata che una sanzione così cospicua sia stata comminata ad un colosso dell’economia moderna.

I dati sono la vera ricchezza, qualcuno dice petrolio, di un’organizzazione in qualsiasi formazione. Che si tratti di aziende o studi professionali o associazioni di vario tipo, soprattutto partiti, la ricchezza è nella lista (vecchio adagio di marketing).

Ne consegue, secondo me, che il trattamento dei dati, non solo per ragioni normative dettate dal gdpr, debba essere etico e sostenibile.

Sottolineerei, infine, che una condotta poco trasparente dal punto di vista della conservazione e dell’utilizzo dei dati delle persone ha poco, anzi nessun senso anche ai fini commerciali. Troveresti interessante un’informazione, un servizio o un prodotto di cui non hai mai fatto richiesta nemmeno di informazioni?

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